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Caratteristica maschera di Napoli che identifica la solarità e la simpatia del Sud del Belpaese, infondendo allegria con la sua vivacità e spensieratezza.

E’ curioso come questo personaggio burlone, allegro e in parte imbroglione sia entrato nel cuore del grande pittore Giandomenico Tiepolo che gli dedicò numerosi affreschi.

Maschera tipicamente campana la cui origine sembra essere legata ad Atella, una delle più antiche città osche ad aver acquisito il titolo di civitas romana, che con le sue fabule atellane viene considerata uno dei luoghi originari del teatro antico.

È proprio da queste zone che risalgono alcuni soggetti i cui nomi sono spesso affiancati a Pulcinella per i loro punti di contatto con la maschera: Maccus caratterizzato da un naso a forma di becco, Dossenus contraddistinto da un’evidente gobba, Bucco noto per la sua enorme bocca ed infine Pappus contrassegnato per la voracità e fame indomabile.

Pulcinella è frutto di un mix di tutte queste peculiarità. L’origine del nome sembra risalire dall’antica definizione di naso a becco pullus gallinaceus che lo rendono assomigliante ad un gallo, ad un pullicino in dialetto napoletano (pulcino in italiano).

Per molti Pulcinella viene considerato il fratello minore di Arlecchino, in quanto entrambi risultano essere discendenti dell’antico padre contadino Zani–Giuà, anche se la maschera napoletana risulta essere più giovane di quaranta o cinquant’anni di quello veneziano.

Il travestimento prevede un camicione bianco portato fuori dai larghi pantaloni dello stesso colore e legato alla vita con un laccio o una corda. Il volto è coperto da una mascherina nera che nasconde la fronte, il naso e in parte le guance; nonostante la copertura, è ben visibile un gigantesco naso ricurvo, occhi molto piccoli e una particolare voce stridula, definita a chioccia, a ricordo del verso del gallo (e quindi transitivamente del pulcino).

Questa macchietta comica incarna la gioia di vivere con la giusta leggerezza tendente alla nullafacenza, propensione a vivere alla giornata guadagnandosi il pane grazie alle proprie capacità di improvvisatore e di giullare, che si accompagna anche con la chitarra o il mandolino. Fa molto uso della gestualità e della mimica, un po’ come Arlecchino, è molto agile e acrobatico.

Nella Commedia dell’Arte questa maschera (il suo ideatore sembra essere il napoletano Silvio Fiorillo) proviene in parte dalla figura di ex contadino che si trasferisce in città per svolgere la professione di servo–facchino con il caratteristico volto bruciato dal sole (la maschera nera), dall’altra sembra anche appartenere alle “danze macabre” dei cortei carnevaleschi.

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Prima pubblicazione: Giovedì, 07 Febbraio 2013 — Ultimo aggiornamento: Mercoledì, 13 Gennaio 2016

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