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Travestimento tipicamente veneziano, considerato la "maschera nazionale", che consentiva a chi lo portava di rimanere nell'anonimato.

Indossando la larva, il volto bianco, non esistevano più distinzioni, tutto era uniformato: uomini, donne, nobili, mendicanti, giovani o vecchi, tutti facenti parti di una stessa società "popolata da spettri" come alcuni hanno ironicamente soprannominato chi si vestiva di questa maschera.

Strettamente legato, attualmente, all’occasione stagionale del Carnevale l’uso della maschera finalizzato al mantenimento dell’anonimato rientrava nella mitologia quotidiana della Bautta, quale la rappresentano certi quadri di Longhi e di Guardi e la descrivono le relazioni della polizia segreta della Serenissima, a cui nulla sfuggiva.

Essa va considerata maschera assolutamente originale di Venezia. Bianca e leggermente sorridente per l’ampia sporgenza destinata ad alterare la voce, la Bautta contrasta con il nero del mantello (tabarro) e del copricapo (tricorno). La maschera bianca che copriva i volti veniva denominata larva, nomignolo utilizzato per indicare gli spettri e i fantasmi; sicuramente, vedendoli passeggiare in una città illuminata solo da qualche lanterna, dovevano incutere un pò di paura. 

L’etimologia del termine più convincente è quella che lo fa risalire al Bau, spauracchio dei bambini e uomo in effetti «nero», anche se questo travestimento prevedeva un utilizzo unisex e risultava particolarmente gradito alle signore dedite al gioco d’azzardo o ad avventurati appuntamenti notturni.

(mv) (as)

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Pubblicato: Giovedì, 17 Gennaio 2013 — Aggiornato: Sabato, 17 Gennaio 2015

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