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Aveva 63 anni (era nato il 1° luglio 1532) e una splendida moglie, Morosina Morosini.

Era amato dalla gente, aveva un cursus honorum impeccabile in cui brillavano le ambascerie a ben cinque pontefici, ed era anche procuratore di S. Marco de citra dal 1° aprile 1588. Il suo dogado, a parte alcune incomprensioni con il papato, non fu segnato da grandi eventi.

I buoni rapporti con lo Stato Pontificio si deteriorarono a causa della richiesta, respinta, del papa Clemente VIII (1592-1605) di verificare la fede del senatore Matteo Zane, nominato patriarca di Venezia. Si aggravarono poi per questioni di denari e per l’incarcerazione di due preti, processati e condannati per reati comuni al di fuori del protocollo canonico.

Il nuovo papa, Paolo V (1605-1621), tentò d’intimidire la Repubblica minacciando la scomunica per il Senato e l’interdetto per la città qualora la Repubblica non avesse revocato la legge appena varata sull’acquisto o acquisizione dei beni fondiari da parte della Chiesa e non avesse provveduto a rilasciare i due ecclesiastici di terraferma arrestati per reati comuni, di fatto due esseri spregevoli: il canonico Scipione Saraceni (o Saraceno) di Vicenza e l’abate di Nervesa, conte Brandolino (o Marcantonio) Bragadin. Saraceni era accusato di aver insidiato la propria nipote, mentre l’abate era imputato di efferati omicidi e violenze d’ogni tipo. Il papa sostenne che essi dovevano essere giudicati da un tribunale ecclesiastico ed emise due brevi: uno contestava le leggi che richiedevano il permesso del governo, sia per costruire chiese, monasteri, opere pie e simili, sia per il passaggio dei beni immobili dai privati agli ecclesiastici attraverso le donazioni, l’altro condannava il procedimento laico avviato dalla Repubblica contro i due ecclesiastici. A Venezia il documento arrivò il 25 dicembre, ma non venne aperto perché il doge stava morendo. I conflitti con la Santa Sede si appianarono poi sotto il doge Leonardo Donà (1606-1612).

Marino Grimani fu sepolto in un mausoleo nella Chiesa di S. Giuseppe di Castello, dove otto anni dopo lo raggiunse anche la dogaressa. Il monumento funebre è attribuito a V. Scamozzi, ma fu forse opera del proto Francesco Bernardino Fossati, mentre le statue del doge e della dogaressa furono scolpite da G. Campagna.

 

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Incisione raffigurante il doge Marino Grimani
Lo stemma del doge Marino Grimani

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