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Modo di dire per indicare una persona spesso lamentosa, mai contenta, per cui l'erba del vicino risulta sempre più verde della propria. Una persona che si lamenta talmente tanto da risultare noiosa, stucchevole, fastidiosa.

Il termine non sembra avere radice veneziana, tuttavia come sempre, in veneziano, l'uso può assumere sfumature diverse in base al tono e al tipo di rapporto più o meno confidenziale tra persone. Non è raro che tra genitori e figli, tra amici, tra parenti, quando qualcuno inizia a lamentarsi più del dovuto si senta dire: «Dai, dai... no' sta fàr ła píttima! Móvite!».

In modo indiretto, parlando di altre persone non presenti, può anche essere usato in forma similare ma con tono più "grave" per consigliare qualcuno di stargli alla larga: «Queło?! El xe una grandissima píttima... staghe distante!»

Una variante del termine, oggi non molto usata, viene riferita dal Boerio anche per indicare un "peso sullo stomaco" derivante da problemi, pensieri negativi e similari: «Co' queła pítima sul stomego porlo rìder?».

Píttima era anche un decotto/cataplasma fatto di aromi in vino, che applicato alla region del cuore conforta la virtù vitale. Probabile che la declinazione del termine per indicare una persona stucchevole e fastidiosa sia derivata dal concetto di colui che con le sue lamentele spesso immotivate e con la sua negatività "appiccicosa", come il decotto che veniva appunto applicato–attaccato alla persona, appesantisse lo spirito altrui.

Anche se non sembrano risultare documenti, invece, che provino la possibile origine del termine píttima inteso come esattore veneto, spesso vestito di rosso, che nel periodo della Serenissima seguiva e sfiniva i debitori affinché saldassero i propri debiti ai creditori, curiosamente esiste una Pietra della Píttima nel comune di Tortorici [1], in provincia di Messina, corredata di lapide risalente al 1706 che afferma l'esistenza di tale esattore chiamato per l'appunto píttima, spiegandone il relativo significato.

Era detto di persona che veniva incaricata da un creditore di perseguitare il debitore, ricordandogli in ogni momento, da vicino o da lontano, a voce alta o bassa, e anche a gesti, il debito non ancora pagato, portandolo allo sfinimento e senza che il debitore potesse in qualche modo opporsi o reagire. L'unica via era dichiarare fallimento attraverso una pratica bizzarra: attendere un giorno festivo e nell'orario di messa, in cui doveva coram populo calarsi i pantaloni davanti a tale pietra e denudato culo batterlo tre volte consecutive su di essa, diventando così libero da ogni debito.

Il termine píttima è stato e viene utilizzato in varie parti del territorio italiano, così come nella letteratura italiana: si incontra infatti anche nelle Novelle per un anno, di Luigi Pirandello:

[...]

- Ma no, ma no, che dici?
Accigliato, quasi senza volerlo; perché ha veduto il letto, che è per uno; mentre lui finora ha dormito in un letto a due. E aggiunge, indicando la piccina che ha sempre al collo:
- Per questa píttima qua.
- Ma c'è il lettuccio per lei di là, - s'affretta a rispondergli la signora Lèuca. - In mezzo, tra i due delle sorelline. Vieni, ti farò vedere.

[...]

Tratto da: Pena di vivere così

[...]

Avrebbero dovuto comprenderlo le sorelle, che diamine! avvedersi che il Tempini, essendo per natura così timido e servizievole, e standogli esse così attorno senza requie, tre pittime, la trascurava per badare a loro. Non gli lasciavano più né tempo né modo non che d'accostarsi a lei, ma neanche di respirare.

[...]

Tratto da: Senza Malizia

[1] Fonte: sito ufficiale Comune di Tortorici.